life-of-an-architecture-student:

Never in architecture.Even though today is a holiday I still have a ton of work for Wednesday to do.No rest.

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Never in architecture.

Even though today is a holiday I still have a ton of work for Wednesday to do.

No rest.

Reazione

Parte Terza

Quando accadono eventi del tutto inaspettati, impensabili, assurdi, che sfiorano il limite della realtà, la mente cerca rifugio nei suoi meandri più reconditi e l’introspezione spesso prende il posto del proprio estro ed entra a far parte appieno della vita che una volta si condivideva con gli altri. Si potrebbe dire che la mente cerchi di innalzare un muro invalicabile tra la realtà che ci circonda e il proprio io interiore, si ritira in posizione difensiva, timorata degli aspetti più piccoli della quotidianità.

Soltanto la rabbia, la frustrazione e la tristezza scuotevano Lou. Non riusciva a cancellare il fotogramma indelebile del cadavere del piccolo Albert, la cruda immotivazione dominava la sua esistenza. Non c’era alcun motivo di flagellare così brutalmente una creatura infantile e innocente. Non lo meritava, doveva ancora incominciare a vivere, a costruire la sua personalità, e ora era stato spazzato via tutto. Lou si sentiva totalmente impotente, investito da qualcosa di troppo grande per essere sopportato. Pensava spesso al suicidio come soluzione, ma non aveva il coraggio di compiere un’azione tanto estrema. E poi in realtà voleva qualcosa di più concreto, che in qualche maniera restituisse giustizia alla morte di Albert.

La polizia lavorava al caso ormai da due mesi. La scientifica non aveva trovato prove, nè tracce o DNA di altri individui all’infuori della cerchia familiare. L’autopsia non fu vista come necessaria, Albert era morto per un profondo taglio alla vena giugulare ed era stato lasciato a dissanguarsi senza la possibilità di emettere alcun suono in cerca di aiuto. Non c’era nessun indagato e nessun movente. Brancolavano tutti nel buio.

Lou, di testa sua, aveva tentato di indagare tra il gruppo di conoscenti dei genitori. I Robinson erano fuori città quel giorno: gli avevano mostrato le foto scattate nel loro Chalet di montagna. I Tennet erano a casa di altri parenti. I Crow stavano dormendo, ma erano i migliori amici dei genitori senza nessun movente concreto per arrivare all’omicidio. Era ritornato al punto di partenza: le ricerche non avevano che alimentato la frustrazione e la rabbia di Lou. Un vortice di delirio, solitudine e profondo dolore iniziò a risucchiarlo verso l’occhio del ciclone, in cui poteva trovare la calma solo grazie a clonazepam e midazolam, prescritti dal suo psicanalista ormai stufo delle sue eterne lamentele, per calmare i suoi stati d’ansia eccessivamente frequenti. Gli attacchi di panico erano gli altri protagonisti delle sue interminabili giornate errabonde e vuote. Aveva paura di qualunque cosa, era debole e si sentiva tremendamente solo.

I genitori l’avevano abbandonato: erano talmente presi dai loro problemi da arrivare a ignorarlo completamente e a dimenticare il suo compleanno. Erano in rotta ed era chiaro da come cercassero di fagocitarsi ad ogni singola parola che l’uno diceva sull’altra. Si urlavano addosso insulti di ogni tipo, incuranti di chi stesse assistendo alle scene pietose.

- Albert è morto per colpa tua, Jim! Non sei in grado di proteggere la tua famiglia! Vattene da casa mia altrimenti giuro che ti ammazzo! – iniziava dopo un raro momento di quiete Marianne, la madre di Lou.

- Ma come ti permetti Marianne?! Io ti ho mantenuta e ho cercato di darti tutto quello che potevo, ogni volta che potevo! Ti ho sempre sostenuta, ma adesso sono stufo di questo tuo comportamento ingrato! – rispondeva Jim, con una rabbia tale da bagnare con la saliva tutto ciò che era a tiro nel raggio di un metro da lui.

- Jim hai ucciso tu mio figlio! – ribatteva impettita Marianne.

- Non è vero! Sei stata tu, madre incoscente! – era la risposta di Jim.

A questo punto della discussione, come da protocollo, in forma di difesa Marianne scoppiava a piangere e andava a chiudersi in camera da letto. Subito dopo anche Jim si rifugiava nel pianto e, forse per vergogna nei confronti di Lou, usciva di casa e vi faceva ritorno solo in tarda nottata.

L’intera famiglia, come un castello di sabbia in balia dell’alta marea, iniziò a sgretolarsi risucchiata da un mare di disperazione. Non passò molto tempo prima che Marianne chiedesse il divorzio e obbligasse Jim ad andarsene.

Jim se ne andò, caricato come una bestia da soma con le poche valigie che raccoglievano la sua esistenza. Trovò un piccolo monolocale non lontano da dove aveva sempre abitato con Marianne. Non conduceva una vita così solitaria da tempo immemore, non aveva più amici degni di essere definiti tali e il lavoro, operaio nell’industra metalmeccanica, era il solito lavoro di sempre che lui affrontava senza entusiasmo. Il declino fisico, morale, economico, familiare vide il suo picco quando scelse, in un atto di dissennatezza sconsiderata, di passare una serata in uno squallido night club. Passò la notte a bruciarsi i risparmi del mese, tanto bastava strisciare una carta magnetica, con prostitute, alcool e la sua prima sniffata di cocaina. Era riuscito a non pensare ad Albert in quei momenti, non l’avrebbe mai creduto possibile. Si divertì nel nuovo mondo della mondanità e dell’eccesso sfrenato, lo considerò come un piccolo paradiso in cui poteva rifugiarsi per non pensare all’inutilità della sua vita. Ma quando faceva ritorno a casa, stanco all’inverosimile e cercava di dormire e gli effetti dell’alcool e delle droghe svanivano, si ritrovava lì, solo e inerme, in un letto freddo e vuoto. Sperimentò che il dolore psicologico può divorarti, qualunque cosa tu faccia per cercare di lenirlo. Se ne rendeva conto, ma non riusciva a reagire, come immobilizzato e bloccato nella gabbia in sbarre di titanio nella sua mente. Quelle poche ore che riusciva a definire “sonno” erano tormentate da un terribile incubo ricorrente: lui era nel suo letto, sua moglie a fianco che dormiva. Si alzava, si dirigeva al buio in cucina, afferrava uno dei coltelli da cuoco più grandi e andava nella cameretta di Albert. Silenziosamente e con un suono di risata agghiaccante in sottofondo, presente solo nella sua mente, sgozzava il figlio, quasi fosse un rito propiziatorio Mitraico, con un malizioso piacere. Una volta compiuto l’atto, con una tranquillità disarmante, adagiava il cadavere ancora scosso dalle convulsioni sul pavimento della stanza e usciva tenendo il coltello saldamente in mano. Il suo rito continuava nella camera di Lou: Jim uccideva anche lui nello stesso identico modo, ma a differenza del primo, non si limitava a sgozzarlo: una volta morto, con una precisione chirurgica, tagliava le gambe e le braccia di Lou e le trasportava nella camera di Albert, in cui le disponeva con cura attorno alla salma esanime. La figura raccapricciante che ne risultava gli dava una macabra soddisfazione, come se avesse dovuto mettere a posto qualcosa che ora finalmente era tornata a funzionare.

Infine ritornava in camera da letto in cui però succedeva qualcosa di inaspettato: Marianne lo aspettava desta e atterrita con occhi sbarrati che lo perforavano come proiettili. Colpito da quello sguardo, Jim sembrava rinsavire e non riusciva mai a portare a fine la strage. Lasciava cadere il coltello, piombava a terra, giaceva carponi e scoppiava in singhiozzi strazianti.

Solo allora si svegliata, totalmente sconvolto e spesso correva in bagno, in preda ai conati.

Non ce la faceva più a vivere così, la moglie aveva completamente smantellato ogni ponte di comunicazione; suo figlio Lou lo guardava con uno sguardo di commiserazione che un padre non dovrebbe mai vedere in un figlio. Era stanco di vivere, ormai erano 6 mesi che andava avanti così e la polizia aveva perfino gettato la spugna nella ricerca dell’assassino. Che senso aveva continuare a protrarre un dolore così forte e incurabile? Annebbiato forse da una dose eccessiva di cocaina, prese l’estrema decisione di farla finita. E fu così che il padre di Lou, Jim, fu trovato dopo una settimana, a seguito di una chiamata ai vigili del fuoco da parte dei vicini per l’inspiegabile odore acre e persistente, nella sua piccola vasca da bagno, in una pozza di sangue rappreso: si era eviscerato con un coltello.

To be continued…

Immagine di copertina: Egon Schiele - La famiglia, 1918

Lacrime e folle efferatezza

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Parte Seconda

Lou aveva 27 anni quando successe. Il fatto lo sconvolse a tal punto da renderlo un relitto umano senza più la voglia di lavorare o l’inerzia di compiere le più basilari azioni della quotidianità. Si era limitato a sopravvivere, senza uno scopo e senza una meta fino a quando i pochi risparmi che aveva accumulato con qualche saltuario lavoro part-time erano durati. Quando i soldi finirono Lou non si sentiva ancora pronto a rientrare nel mondo, a riottenere una parvenza di normalità e una routine. Furono i suoi genitori che lo portarono ad un cambiamento. Si era rivolto a loro con la speranza di un piccolo prestito per poter mantere la casa e sè stesso, ma loro si erano inderogabilmente rifiutati più per paura di farlo sprofondare ancora nell’abisso della sua tristezza, che per noncuranza del proprio figlio. L’avevano spronato alla ricerca di qualche nuovo stimolo e alla necessità di un nuovo lavoro. Dovette arrivare a farsi togliere la corrente e l’acqua dall’appartamento per capire di stare raschiando il fondo e decidere di reagire. Si decise a trovare un impiego, qualsiasi esso fosse. 

Aveva cercato in lungo e in largo, aveva spedito più curriculum vitae di quanti se ne potessero portare in braccio. Ma le risposte, quelle poche che arrivavano, erano sempre le stesse: “siamo in calo, non possiamo assumerti”, “ci serve qualcuno che abbia esperienza e sarebbe troppo difficile inserirti, “non possiamo permettercelo”, “sei un bravo ragazzo, te la caverai da un’altra parte”, ecc.. Fino alla debole speranza di una telefonata in cui un uomo di uno studio nascente era interessato ad un colloquio. Aveva dato appuntamento a Lou alle 21 in un bar in periferia il venerdì sera e così Lou si era preparato un piccolo discorso di presentazione e si era vestito di tutto punto: cercava di autoconvincersi che questa sarebbe stata la volta buona, una nuova prospettiva di vita si faceva strada nella sua mente.

Alle 22 e 30 però, capì che non si sarebbe presentato nessuno e in preda ad una crisi di nervi, decise di liquidare gli ultimi spiccioli che aveva in tasca in una sana sbronza. Quando ebbe finito l’ultimo colorato drink, bevuto per inerzia e voglia di autodistruzione intrisa di commiserazione, aveva alzato i tacchi ed era uscito dal locale diretto alla sua macchina. In qualche maniera, prendendo strade secondarie e andando molto piano riuscì a raggiungere illeso il suo appartamento. Davanti alla porta frugò nelle tasche alla ricerca delle chiavi di casa, ma ben presto constatò di averle perse chissà dove. Andò a controllare in macchina ma non vi trovò che sporcizia e cartacce. Mandò tutto al diavolo e decise di far visita ai suoi genitori.

Suonò al loro campanello alle 3 e 45 del mattino. Per le prime cinque volte non rispose nessuno, poi finalmente un rantolo borbottò qualcosa al di là della porta e venne ad aprirla. Era suo padre con gli occhi chiusi a fessure per la luce fastidiosa delle scale, che lo scrutava dall’alto in basso chiedendosi per quale diavolo di motivo suo figlio si fosse presentato alla porta di casa sua a quell’ora improbabile.  Lou incespicò qualche parola tentando di spiegare che avesse perso le chiavi e che avesse bisogno di un posto per dormire per quella notte. Il padre ormai rassegnato, lo lasciò entrare. Disse: - va bene, fai come fossi a casa tua. -  e se ne tornò a letto.

Lou sprofondò nel divano e accese il televisore. Le solite repliche notturne, i soliti telegiornali che nessuno segue e le solite scemenze che non possono essere trasmesse durante le ore del giorno. Dopo a mala pena cinque minuti lo spense e si sdraiò per rilassarsi un momento prima di andare a dormire nella sua vecchia camera. La stanchezza prese il sopravvento, aiutata dagli ultimi fumi della sbornia e Lou si addormentò in una posizione improbabile, incurante di tutto.

Quando si svegliò non ricordava quasi nulla della sera prima. Aveva dormito male e poco e in più aveva fatto un sogno orribile che l’aveva scosso.

Il sogno gli aveva fatto tornare alla mente quel fatto come se fosse successo solo pochi giorni prima.

Una notte d’estate, di quelle afose in cui si lasciano le finestre spalancate con la vana speranza di un seppur minimo riciclo d’aria, era accaduto tutto, in così poco tempo da non poter nemmeno capire cosa fosse esattamente successo e perchè.

Ricordò le urla strazianti di sua madre che ruppero il silenzio di tutto il vicinato. Il padre aveva spalancato la porta di camera sua spaventandolo nel suo dormiveglia, gli si era seduto ai piedi del letto ed era scoppiato a piangere come lui non aveva mai visto. Un farabutto si era introdotto di soppiatto nel cuore della notte in casa loro da una delle finestre aperte e per un qualche inspiegabile motivo, aveva compiuto un gesto di folle efferatezza: aveva sgozzato il fratello acquisito di Lou, Albert, di soli 2 anni.

Il piccolo era stato adottato dai genitori, a seguito di uno dei loro viaggi ispiratori nei paesi dell’Africa Centrale. Dopo tutta la povertà che avevano visto, erano intenzionati a rendere almeno una delle vite di quei poveri bambini, migliore. All’inizio Lou era riluttante all’idea di avere un bambino per casa, era come se i genitori si aspettassero da lui un nipotino e ormai stufi di aspettare e ancora relativamente giovani, avessero voluto soppiantarlo con un altro. Ma dopo pochissimo tempo si era affezionato come un padre a quella dolce creatura color cioccolato. L’avevano chiamato Albert, in ricordo di suo nonno materno, scomparso prematuramente a causa di un infarto stroncante, lasciando vedova la moglie con 2 bambini piccoli.

Ora nel buio della notte giaceva morto in una pozza di sangue sul pavimento della sua stanza. La gola era profondamente recisa da orecchio a orecchio. Gli occhi erano terrificanti, fissi nell’oblio, imploravano un aiuto impossibile. Albert era stata la sua ragione di vita, l’unica fonte di appagamento e affetto dal momento in cui era entrato nel suo cuore. È morto, perchè? Perchè?

Non poteva più restare in quella stanza, la madre gridava e piangeva, lo sguardo perso, il padre inginocchiato per terra a fianco ad Albert con le lacrime che continuavano a cadere nel sangue.

Uscì di casa e corse. Fu in quel momento che iniziò a piangere a dirotto senza riuscire a smettere. Solo quando fu esausto e i muscoli delle sue gambe cedettero, fu costretto a fermarsi. Gli occhi erano gonfi e rossi, le lacrime continuavano a rigargli le guance. Con grande forza di volontà si impose autocontrollo. Si fermò a riflettere e gli venne in mente che aveva abbandonato i suoi genitori a casa. Non poteva lasciarli in un momento così delicato, doveva tornare a casa, chiamare le autorità e scoprire il lurido omicida che aveva assassinato il piccolino.

Con lo sguardo inchiodato a terra e le lacrime che sgorgavano incoscenti, ritornò indietro. Quando raggiunse il suo condominio, era già arrivata un’ambulanza e la polizia. Arrivato sull’uscio, fu costretto a indietreggiare per far scendere due paramedici che portavano sua madre in barella: per lo shock era svenuta. Entrò nell’appartamento e subito venne fermato da due poliziotti che tenevano sotto torchio Jim, il padre di Lou.

- È mio figlio, lasciatelo passare! – intervenne Jim – anche lui era presente quando abbiamo trovato il piccolo… dolce Albert… morto.. – non riuscì ad aggiungere altro, solo lacrime e singhiozzi.

To Be Continued…

Immagine di copertina: Henri Michaux - La Plume du Peintre, 1972

Il freddo dell’inquietudine

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Parte Prima

Corri Lou! La mia mente continua a gridarlo, corri Lou! Le mie gambe si muovono, sto correndo. Un attimo, ma dove sto andando? E perchè dovrei correre? Cerco di fermarmi, ma il cervello ha la meglio, come sempre, così mi precipito all’impazzata, sentendo la fredda carezza pungente dell’aria gelida. Fa freddo, un freddo cane, eppure mi ritrovo scalzo a contatto diretto con una superficie così fredda da ustionarmi i piedi e come nulla fosse continuo a correre. Finalmente, quando penso che il cuore in petto stia per esplodere, facendo una carneficina di me, rinsavisco e riesco a fermarmi. Adesso posso analizzare il luogo in cui mi trovo e che non ricordo di aver raggiunto. E’ notte, l’unica fonte luminosa è una splendida Luna alta nel cielo terso e pieno di stelle. Il cielo è bellissimo, come forse non l’avevo mai visto, riesco a vedere un’infinità di stelle dando la schiena alla Luna. Ecco, lì c’è l’Orsa maggiore composta da Dubhe, Merak e.. e.. non ricordo, ma non importa, congiungendole e prolungando la loro distanza cinque volte da Dubhe dovrei trovare la Stella Polare. Ma non c’è! Non la vedo! Forse mi sono sbagliato, non importa adesso. Devo capire dove mi trovo e perchè sono a piedi nudi. Un fruscio attira la mia attenzione, ora che gli occhi si sono abituati all’oscurità riesco a riconoscere una fitta boscaglia. La curiosità mi spinge ad entrarvi. Calpesto rami e foglie dalla temperatura glaciale, ma nonostante il dolore, che stranamente lo paragonerei soltanto ad un lieve pizzicorio e ad un dolce torpore, proseguo dritto per la mia strada. Questa esperienza che sto vivendo mi fa tornare alla mente quando ero nei boy scout; i miei genitori mi hanno obbligato ad entrare in quella setta di incoscenti e debosciati che si atteggiano a superuomini, sopravvivendo qualche giorno nel boschetto dietro casa con mille accessori inutili, perchè loro si erano conosciuti grazie alla migliore esperienza di vita e sopravvivenza di tutti i tempi (a parer loro..) in una piccola radura a soli 8 minuti a piedi da casa quando erano dei Giovani Esploratori..

Gli alberi si stanno diradando e stanno diventando più bassi. La prima cosa che mi viene in mente è: civiltà! Forse riesco a trovare qualcuno e chiedere aiuto! Animato dalla speranza inizio di nuovo a correre e raggiungo in fretta il limitare della radura. Di fronte a me vedo una distesa pianeggiante e un’isolata e fatiscente casa di legno abbandonata, sulla destra, illuminata al chiaro di luna. Mi rabbuio: le mie speranze sono state vane.. Ma fa freddo, perciò mi dirigo verso la casetta per cercare riparo. La porta è sbarrata da cinque assi di legno incrociate tra loro e fissate alla meno peggio con alcuni chiodi arrugginiti. Ad un secondo sguardo noto che il legno è marcio a tal punto da sbriciolarsi appena lo sfioro con la mano.

Entro impaurito, titubante, ma spinto dal gelo notturno. Davanti mi si presenta uno spettacolo di abbandono e rovina. L’ingresso immette direttamente nel soggiorno. Il pavimento in legno è per di più crepato, molte assi mancano. Ci sono pochi mobili sommersi dalla polvere e andati in rovina chissà quanto tempo fa. Qualche coccio di stoviglie e un divano irriconoscibile completano lo scenario. Le pareti sono completamente spoglie, la carta da parati è praticamente assente, solo in brevissimi tratti si nota che una volta ricopriva l’intonaco. Intimorito dall’ignoto, proseguo il mio tour dell’orrore entrando in quella che penso essere stata una cucina. C’è un tavolo con tre gambe, che giace inerme a terra e un vecchia credenza con tutti gli sportelli mancanti. Nonostante questo luogo inviti solo a scapparne il più presto possibile, mi viene fame, non ricordo quand’è stata l’ultima volta in cui ho mangiato qualcosa, forse ieri, forse una settimana fa, non ne ho idea. Alla parete della cucina ci sono alcuni cassetti chiusi, mi avvicino al primo che vedo e lo apro. Non potevo prendere decisione peggiore. Un dannato scoiattolo famelico mi attacca al volto. Sembra che mi stia scuoiando vivo dal dolore che provo. Con tutte le mie forze lo afferro appena mi è possibile e lo getto più violentemente che posso a terra. L’ho stordito, ma mi ha fatto davvero male, così gli assesto un calcio in direzione della porta d’ingresso, che lo manda fuori dalla casa. Di scatto, onde evitare un altro attacco, corro verso la porta e la chiudo, non voglio che la bestia torni. Magari è pure rabbiosa, penso, e mi ha contagiato con chissà quale altra malattia. Ma no, non ci voglio pensare, con la manica della felpa mi accarezzo i graffi, esce solo un po’ di sangue, nulla di grave, penso, e mi decido a proseguire il giro di perlustrazione. A fianco la cucina c’è un bagno, in cui non ho nemmeno il coraggio di entrarvi per il tanfo disgustoso che ne esce, avrà sicuramente straripato lo scarico, intasato a causa del disuso. Accostata al bagno cattura la mia attenzione l’ultima stanza della casa, in cui penetra la luce della Luna. È la più fredda di tutte per colpa della finestra completamente distrutta. C’è quello che una volta sarebbe potuto essere un bel letto matrimoniale, con tanto di decori floreali in ferro battuto. Ormai non c’è rimasto più niente, solo un rozzo ammasso informe, che credo corrisponda al materasso. Avanzo calpestando un tappeto di foglie secche, attratto da un oggetto particolare, estraneo al disastro del tempo che ha subìto l’intero immobile. Esso si erge immobile e silenzioso sul comodino più vicino alla porta. La forma ricorda una lampada da architetto, ma anzichè terminare con la semicupola per l’alloggio della lampadina, continua e si protrae  a zig zag verso l’alto, per terminare con un bouquet floreale in metallo molto Art Decò. Nel complesso è alto all’incirca un metro e mezzo e avvicinandomi riesco a cogliere dei segni incisi lungo tutto il corpo. Ad un secondo sguardo mi accorgo che sono lettere, ma purtroppo per la scarsità di luce riesco a leggerne solo alcune. Molte sono irrimediabilmente illegibili. “Infantis… Amissus… Exceptus… Mors..”, non riesco a decifrare altro. Le parole sembrano latine, peccato che per me sia una lingua assolutamente sconosciuta. Torno verso la porta da cui sono entrato, quando per terra inciampo in un oggetto metallico e per poco non perdo l’equilibrio e mi schianto a terra. L’oggetto ha attirato la mia attenzione. È una vecchia maniglia circolare arrugginita, in tinta con lo stile della lampada. Riesco a riconoscere qualche sembianza di motivi floreali e poco altro, soprattutto ruggine. Catturato dall’insolita collocazione della maniglia mi accingo a raccoglierla e con sorpresa noto che mi oppone resistenza, come se fosse saldata al pavimento. Continuo a tirare con forza crescente, fino a quando non riesco a contrastare la resistenza della maniglia, che come risultato mi spinge violentemente all’indietro facendomi sbattere contro il comodino e facendomi cadere la lampada addosso. Sento un forte dolore alla testa e ben presto un liquido caldo inizia a colare nel punto in cui ho preso in pieno uno spigolo della lampada. Sto sanguinando ma non ho medicazioni a portata di mano, nè posso chiedere aiuto, sono dannatamente isolato. Cerco di non farmi prendere dal panico, stai tranquillo Lou, non è successo niente, è soltato una piccola botta. Ma il sangue che inizia a colare per terra mi terrorizza. Cerco di urlare, ma non riesco ad emettere un solo suono. Inizio a sentirmi debole e con la mano cerco di tamponarmi la ferita. Il dolore si fa più insistente, quasi volesse dirmi di prestargli più attenzione, di fare qualcosa perchè la situazione sta precipitando. Non riesco a fare altro che fissare pietrificato le macchie di sangue che stanno sporcando il pavimento marcio. Ho freddo, un freddo tremendo. È da troppo tempo che sento freddo, ho bisogno di una coperta, di un vero riparo. Con lo sguardo ripercorro la stanza, il silenzio è surreale. L’unico suono che posso udire è il mio stesso battito cardiaco, accelerato all’inverosimile per la paura e interrotto solo dal fruscio prodotto dalle foglie sul pavimento sospinte dal vento proveniente dalla finestra rotta. Mi accorgo però che qualcosa è cambiato rispetto a poco fa: si è aperta un’anta nel pavimento che sembra condurre alle fondazioni dell’abitazione. Ormai cos’ho da perdere? Nonostante il sangue che continua a sporcarmi i capelli, con una mano in testa sulla ferita, voglio sapere cosa c’è lì sotto.

Il mio cuore ricomincia a scalpitare a velocità folle quando scopro che da quel buco proviene una luce. Forse c’è qualcuno che può aiutarmi! Prendo tutto il coraggio che mi è rimasto e inizio a scendere la fatiscente scala di legno che porta al seminterrato. Ad ogni passo ho paura che si rompa, emette degli scricchiolii così forti da sembrare il verso lacerante di un animale in punto di morte. Finalmente dopo ben 16 scalini appiedo nella terra battuta. Qua sotto è pieno di ragnatele e polvere, ci sono tre piccole finestre a bocca di lupo che fanno trapelare qualche raggio lunare, il che rende l’atmosfera più tetra e inquietante che mai. Sulla mia sinistra c’è un varco in legno che probabilmente una volta ospitava una porta, è da laggiù che provengono le luci, non ho avuto allucinazioni. Ho davvero paura, ma sto sanguinando e in fondo potrebbe esserci sul serio qualcuno che potrebbe aiutarmi (anche se in realtà non ci credo neppure io, ma è l’unica speranza che ho..).  Provo a parlare: - c’è… qualcun-n-no.. lag-giù? … – Nessuna risposta.

Mi obbligo a proseguire e superato il varco,nonostante la semioscurità, inizio a distinguere qualcosa. Il pavimento è piastrellato ma non ne capisco il colore, assomiglia a quei pavimenti sporchi e scivolosi dei bagni delle autogrill. Incredulo mi strofino gli occhi prima di convincermi che quello che sto vedendo sia reale e non un’altra allucinazione. Ci sono tre sanitari, uno in fila all’altro, proprio sotto tre finestrelle e dall’altra parte della stanza c’è un grande lavabo in porcellana. Non c’è nessuno, soltanto io in una stanza assurda, in una situazione ancora più assurda e sto ancora sanguinando. Mi avvicino al primo sanitario a destra con l’intenzione di salirci sopra e sporgermi a vedere fuori dalla finestra. Appena lo raggiungo, un odore forte, pungente e acido mi avvolge tanto da farmi star male. Mi giro verso la tazza di ceramica, che sembra essere la fonte di quell’odore nauseante e mi sento svenire: all’interno del sanitario c’è una testa mozzata che gronda ancora sangue, come se fosse accaduto pochi secondi fa! È una testa piccola, con lineamenti non ben definiti, con occhi sbarrati privi di vita che fissano il vuoto. Quasi non ci sono capelli.. Aspetta.. Ma è la testa di un neonato! Ora tremo come una foglia, per l’ansia mi orino addosso. C’è un sadico bastardo, magari proprio in questa stanza, e magari mi sta osservando proprio in questo momento, che ha appena seviziato un neonato -  questo è il primo pensiero che la mia mente elabora. Il terrore mi attanaglia lo stomaco a tal punto che inizio a vomitare e per sbaglio degli schizzi finiscono sul piccolo decapitato. Vomito di nuovo e così per altre tre volte, fino a quando nel mio stomaco non sono rimasti che succhi gastrici. Mi allontano barcollando e mi appoggio al secondo sanitario a fianco. Non c’è mai fine al peggio: al suo interno c’è quel che resta del corpo senza vita a cui è appartenuta quella dolce e tenera testolina senza capelli. Mi sento sconvolto da altri conati ma non ho più niente da rimettere. Non ho nemmeno vie di fuga: non ce la farei per nulla al mondo così impaurito, debilitato, ferito a risalire i 16 gradini che mi hanno condotto in questo inferno.

Mi accascio a terra, sfinito, senza più speranze. Ho freddo, ho davvero un freddo tremendo…

To Be Continued…

Immagine di copertina: Vincent Van Gogh - Notte Stellata, 1889

La solita giornata qualunque

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Era una giornata come tante, con tutto ciò che ci si aspetterebbe dalla solita giornata qualunque. Sveglia disastrosamente rumorosa, colazione uguale a tutte le colazioni che ricordi di aver fatto in vita tua (dannata abitudine..), vestiti come al solito gli stessi che hai comprato non ricordi più quando nè dove, il solito autobus frastornante delle 7 e 29 pieno di bambini che non hanno ancora capito a cosa andranno incontro, la solita stazione piena di gente inquieta e buia come te, ecc… Quando percepisci qualcosa di diverso, ti rendi conto che qualcosa non quadra, così aguzzi la tua attenzione a ciò che ti circonda e, sorpreso e spaventato, non riconosci le solite facce di sempre, non riconosci gli stessi odori di sempre, ti senti in un luogo estraneo, con gente estranea che improvvisamente ti guarda torva, un misto tra disgusto e pena nei tuoi confronti, ma che ti succede? Chi sei? Dove ti trovi? Che ti prende? Rispondi!

Continui a guardarti intorno e la tua paranoia sale. Inizi a cercare in modo morboso i pochi punti di riferimento che sei abituato ad avere, qualche appiglio per impostare e calibrare le coordinate della tua esistenza. Il solito barbone all’angolo della strada perennemente ubriaco, non c’è; la solita comitiva di ragazzetti che aspettano l’autobus per andare a scuola, non c’è, i soliti universitari in attesa del treno, non ne vedi nemmeno uno. Ti senti nel nulla, la solitudine non si fa attendere, non ti sei mai sentito così solo in tutta la tua vita. Lo smarrimento che ti avvolge è stupefacente, ti disorienta a tal punto da farti perdere persino l’equilibrio e se ne va subito dopo, lasciando il posto alla paura dell’ignoto. Sei soltanto tu con te stesso. Senza rendertene conto scoppi a piangere in un ruggito di rabbia e terrore, ma nessuno ti ascolta, la realtà che stai vivendo è la peggiore che tu possa immaginare. La paura conduce la tua mente in un viaggio spaventoso, all’insegna dell’orrido e del profano intrisa di morte e disperazione, certa di averti in pugno. Obblighi te stesso a tornare in te, a respirare profondamente e a smettere con le lacrime. Ricordi le parole di tuo padre: le lacrime sono solo per bambini, sei grande ormai, non ne hai più bisogno e ti fai compatire da chi ti guarda.. Se solo potesse vedere in che stato ti sei ridotto in questo momento, chissà cosa direbbe.. Ritorna un briciolo di lucidità, quel tanto che basta per permetterti di ritornare in piedi e tentare di muovere qualche passo in direzione dell’uscita della stazione. Riesci a raggiungere la porta scorrevole automatica, ma non si apre quando ti avvicini, così allunghi una mano verso l’estremità da cui dovrebbe iniziare a scorrere con l’intenzione di forzarla pur di abbandonare questo incubo. Con mano tremante ti allunghi verso la porta, ma c’è qualcosa che non funziona.. Non riesci a raggiungerla! Assurdo! E’ uno scherzo? Provi un altro tentativo ma è come se questa si allontanasse da te e ti rimane solo un pugno d’aria in mano. Provi e riprovi più e più volte, non c’è niente da fare, non riesci a capire come possa essere possibile, eppure non puoi toccare quella stramaledetta porta, che per giunta di solito è bloccata o rotta 4 giorni la settimana! 

Di colpo un rumore sordo ti trafigge il petto, come una lama invisibile, tanto da farti pensare che il tuo cuore sia esploso e che tu sia finalmente in procinto di morire. Ma non è così, ti giri di scatto verso la sorgente del terremoto sonoro e un urlo straziante esce dalla tua bocca: la fessura che hai tentato di forzare inutilmente sta iniziando a sanguinare! O mio dio, ma in che razza di posto sono finito? Il sangue gronda copioso, macchiando il pavimento in marmo già lurido della stazione, tu sei lì, pietrificato, un essere insignificante che attende senza via di fuga, che aspetta inerme che il sangue lo inghiotta per porre fine all’esperienza peggiore che possa aver mai vissuto… 

Ti svegli di soprassalto in un bagno di sudore, con il solito rumore disastroso della tua dannata sveglia. Sono le 7:00 e devi svegliarti. Era solo un terribile sogno. Ora inizia la tua vera solita giornata qualunque..


Immagine di copertina: Salvador Dalì

architectural-review:

'Favelização' imagines Rio de Janeiro under a future government elimination strategy which barricades the favelised regions from expansion and destroys all electricity networks that enter the shanty towns. Slum dwellers are left with little choice but to begin vertical expansion whilst creating their own energy from the resources they are left with.

architectural-review:

'Favelização' imagines Rio de Janeiro under a future government elimination strategy which barricades the favelised regions from expansion and destroys all electricity networks that enter the shanty towns. Slum dwellers are left with little choice but to begin vertical expansion whilst creating their own energy from the resources they are left with.

A different Rome on a sunny day!

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